Aspettando il Settantesimo: impressioni e ricordi (2014)


Sommocolonia torre guerra

Pubblichiamo la versione integrale dei ricordi della popolazione apparsi sul numero di dicembre del giornale Il Settantesimo:

Quando arrivarono gli Alleati abitavo al Frascone e avevo 13 anni, erano gli ultimi giorni di settembre del 1944. I primi ad arrivare furono i brasiliani i quali raggiunsero S. Pietro in Campo e si spinsero fino a Sommocolonia. Allora i tedeschi cominciarono a sparare cannonate su Mologno, sul Frascone e su Fornaci.

La famiglia Cavani abitava dove ora c’è il parcheggio dei pullman. Alle prime cannonate i Cavani lasciarono la casa per andare nella stalla del Colletto dove era stato preparato un rifugio fra due muri facendo un’apertura nel muro esterno. Purtroppo da Monteperpoli li videro entrare nella stalla e immediatamente spararono cannonate sulla capanna, certamente di grosso calibro perché i proiettili perforarono il tetto e il pavimento della capanna e raggiunsero la stalla uccidendo tre persone e ferendone altre che non avevano fatto in tempo a rifugiarsi fra i due muri. I morti furono Cavani Ignazio, il nipote Giovannino e un soldato calabrese sfuggito ai tedeschi, che aveva trovato ospitalità nella famiglia Cavani.

Purtroppo il fronte si stabilizzò e gli Alleati riuscirono ad avanzare solo dopo sette mesi e precisamente il 18 aprile 1945; allora cessarono le cannonate tedesche. In questo periodo io ho corso il pericolo di essere colpito da cannonate in particolare due volte. La prima volta ero sul pianello a pascolare un agnello, cominciarono ad arrivare cannonate, allora condussi l’agnello nell’ovile poi imprudentemente tornai nella selva a fare un po’ d’edera da dare all’agnello. Appena tornato sentii una forte esplosione, io e il babbo andammo a vedere: tre proiettili avevano raggiunto il campo di grano, due proprio nel mezzo al campo, uno era esploso proprio nello stradellino dove ero passato pochi secondi prima. La seconda volta ero nella selva dal Paoletto a pascere le mucche, ero seduto su un poggetto vicino ad un castagno, sentii un sibilo, mi voltai e vidi un proiettile passare accanto alla mia testa, fortunatamente superò il poggio e andò nella costa.

Ormai eravamo abituati alle cannonate, tanto è vero che la mattina di Pasqua, 1 aprile, andammo alla S. Messa a S. Bernardino nonostante infuriassero i bombardamenti sia alleati che tedeschi, i quali avevano tentato di avanzare verso Nebbiana. La chiesa era piena di fedeli e don Ranieri Andreotti era venuto da Barga per celebrare la S. Messa.

Don Giuseppe Cola

Frequentavo la prima elementare quando la mia maestra annunciò che l’Italia era entrata in guerra, alleata con i Tedeschi. Noi bimbi di sei anni  si prese come se avesse detto: “Ora andiamo a giocare ai soldatini!”. Eravamo sotto il dominio del fascio, che faceva quello che voleva e anche noi ragazzi eravamo dei piccoli soldati (specie i maschi). La domenica non si andava a scorrazzare in motorino (che non c’era) ma neanche in bicicletta, tutti in fila in corteo a sfilare per il paese, le bimbe vestite da “piccole italiane”, i maschietti da “piccoli balilla”. Dopo qualche mese cominciammo a vedere in giro dei Tedeschi, istintivamente non mi piacevano, parlavano duramente e sorridevano poco, a me personalmente incutevano timore. Così passarono tre anni, tra mitragliamenti al treno e qualche spezzone sul ponte di Bolognana, ma non più di tanto, in questi  tre anni le sirene della SMI davano l’allarme quasi tutti i giorni e grandi aerei sorvolavano il cielo. Ricordo un giorno del 1943, si ritornava da Loppia con don Salvini, un uomo ci venne incontro dicendo: “La guerra è finita, c’è stato l’armistizio!” e tutte le campane suonavano a festa. Don Salvini arrivati a Fornaci fece smettere di suonare le campane e disse: “La guerra ora comincia!”. Avevamo in casa il nemico, i Tedeschi non facevano tanti complimenti, si prendevano tutto quello che gli capitava, bestiame, biciclette, galline, conigli, di tutto di più. Poi cominciarono a rastrellare uomini per portarli in Germania come forza lavoro. La guerra era veramente cominciata! L’allarme suonava più spesso, anche di notte, gli Americani illuminavano con i bengala, era una luce quasi spettrale e tutti fuori di casa, chi giù per la via della Loppora, chi per la strada vecchia di Barga. Una mattina cominciammo a vedere colonne di Tedeschi a piedi che stavano andando via. Vi fu un giorno, o due, di silenzio assoluto. Era verso l’autunno, ricordo bene il mese, ottobre, saranno state le 16.00, si stava facendo buio. Alle Due Strade cominciammo a vedere dei soldati, si avvicinavano guardinghi, erano diversi da quelli andati via il giorno prima. Noi ragazzi gli andammo incontro curiosi, loro, facendo cenno di fare silenzio, ci spedirono nelle nostre case. I primi ad arrivare da noi furono i Brasiliani, arrivò anche cibo, cioccolata e cingomme, che noi non avevamo mai assaggiato. Il giorno dopo c’erano le strade piene di soldati, camionette, camion per portare il necessario alla fanteria. Occuparono diversi stabili: la villa davanti all’Agip, perché chiusa (i padroni erano in America), tutti i locali della SMI, il complesso scuole/palestra e tutto quello che era libero. Dove ora c’è Via Italia erano tutti campi, lì piazzarono una filata di cannoni, un’altra fila di cannoni andava dalla fine di Fornaci fino a Loppia. Dalla mattina alla sera sparavano sempre cannonate dirette verso il campanile di Sassi, riferimento per Castelnuovo. Dopo poco i Brasiliani furono sostituiti dalle truppe di colore, “i neri”, così li chiamavamo, ce n’erano di bravi e meno bravi, se bevevano diventavano un problema. Con noi bambini erano generosi, cioccolate e caramelle non ci mancavano mai. Un brutto episodio capitato a me e a mia mamma: eravamo al piano terra di una casa in cui abitavamo a quel tempo, quando un “nero” si affacciò alla finestra (c’era l’inferriata), voleva da bere, era già ubriaco, ci minacciava con il fucile. Non sapendo cosa fare, sperando di calmarlo, le persone adulte pensarono di farlo entrare. E lì venne il bello! Questo puntando il fucile alla mia mamma voleva da bere. Noi bimbe, io e Leda, spaventate urlavamo, qualcuno sentì e andò a chiamare la Polizia Militare che lo portò fuori e lui appena uscito sparò. Noi ci sentimmo un po’ miracolate. Così passarono i mesi, da ottobre a dicembre, ci si avvicinava al Natale, che per gli Americani è grande festa. I Tedeschi approfittando del fatto che gli americani avevano smesso di sparare cannonate, ritornarono a valle. Il giorno di Natale cominciammo a vedere carri-armati, uno dietro l’altro, tornare via dalle loro postazioni, così cominciò la famosa ritirata. Anche noi scappammo da casa lasciando tutto. A piedi arrivammo a Ghivizzano con Leda che aveva solo quattro anni, ci ospitò un’amica di Vanda: eravamo in 40 in una sola stanza tutti in piedi. La mattina dopo continuammo fino a Fornoli, dove abitava un’amica di famiglia, che ci ospitò per una settimana. I Tedeschi arrivarono fino a Fornaci, avevano fame, così ci raccontò chi era rimasto. In casa nostra non avevano preso niente. Una cannonata aveva sfondato il tetto della chiesa, il proiettile era caduto davanti l’altare della Madonna senza esplodere. Disinnescata, per tanti anni la bomba è rimasta lì, ora non c’è più, perché qualcuno si è preso la briga di toglierla. Ritornati a Fornaci non trovammo Americani ma Indiani. Avevano grandi turbanti bianchi e barbe nere. Per noi ragazzi fu un’altra sorpresa, avevamo già visto almeno quattro razze diverse. Così pur stando a Fornaci  ci sembrava di vedere un po’ di mondo. E arrivò la fine della guerra. Tutta la popolazione in festa, tutti per le strade gridando: “È finita! È finita!”. Il cinema Puccini spalancò le porte, tutti a ballare grandi e piccini, anche gli Americani gioivano con noi. Passato il primo momento di euforia cominciarono le prime prepotenze: chi era comunista se la rifaceva con chi era stato fascista.  Passato questo momento cominciarono con le donne che erano state con i Tedeschi. Penso fossero parecchie ma ne presero solo una, la portarono in Via delle File, la rasarono a zero e la fecero sfilare per tutto il paese, fra urli e insulti. Cosa deplorevole (questa è la guerra).

Maria Grazia Benvenuti

Il giorno di Natale del 1944 il nostro prete disse la messa alle quattro del pomeriggio e quando questa fu finita entrò in chiesa un gran numero di soldati americani che si inginocchiarono, cantarono le loro lodi e io, una mia amica ed altri rimanemmo ad ascoltarli un poco.

Quella sera si cenò con quello che avevamo. Eravamo una sessantina, tutti riuniti nella cantina di una casa che alla fine è rimasta in piedi. Un tempo in quello stesso fondo ci andavamo a scuola, ma a quel tempo ci dormivamo. La notte di Natale passò tranquilla. Fu la mattina seguente che, presto, cominciammo a udire dei passi sinistri per il paese.

L’orario esatto non lo ricordo, ma penso che fossero le sette del mattino. Li riconoscemmo dal berretto che portavamo ma soprattutto dai passi, perché gli americani avevano le scarpe gommate, mentre “loro” (i tedeschi) avevano il ferro sotto le suole.

Ci allarmammo, che avevamo una paura terribile dei tedeschi. E poi cominciò la sparatoria. Tremenda. I proiettili finivano tutti sulle campane, sicchè si sentiva lo scoppio e il rintocco, e poi urla, grida, pianti.

È stata una battaglia feroce che si è svolta tutta in capo alla mattinata. Noi ce ne stavamo in silenzio nel fondo finché ad una cert’ora mio padre, che aveva dormito da una famiglia che aveva chiesto la sua presenza, arrivò e ci disse: “Via, venite fuori, che i tedeschi ci fanno passare!” E così in fila indiana ci avviammo. Con noi venne anche un bimbo che si presentò alla porta del nostro fondo piangendo: era figlio del Cascianella ed i suoi erano morti tutti a causa di una bomba incendiaria che aveva colpito la loro casa. Si presentò in mutande e macchiato di sangue e una signora che era con noi lo prese con se.

Uscendo dal fondo alcuni soldati tedeschi ci indirizzavano verso la piazzetta e qui trovammo un primo morto: era Giocondo Gonnella chiamato “Fragolino” di Fraia. Aveva 18 anni e lo avevano tirato giù dalla finestra. Continuammo il nostro percorso; con noi c’erano anche dei giovanotti vestiti da donna perché non fossero riconoscibili. Giunti a un certo punto tornammo a sentire pianti e urla. Avevano ammazzato Mario Cassettari davanti alla mamma, alla moglie, alle sue bimbe. Poi dettero un’altra mitragliata ed uccisero un altro bimbo e ne ferirono il fratello Nardino, che per tutta la vita ha dovuto fare i conti con le lesioni riportate in quell’occasione.

Ci avviammo oltre il cimitero verso un posto che chiamano “Campo”, in una casina che era di gente che era con noi. La mattina dopo, il 27 dicembre, sempre senza mangiare, arrivammo a Merizzacchio. Eravamo tre o quattro famiglie in carovana e ci accolse in casa una famiglia di lì. Quello stesso giorno ci fu il bombardamento di Sommocolonia. Gli uomini furono fatti nascondere in un metato lì vicino ma quando, dopo poco, arrivarono i tedeschi, furono trovati lo stesso. Li cercavano per avere forza lavoro e tra quelli portati via c’erano anche mio padre e mio fratello Adelmo. Gli servivano per portar via i feriti da Merizzacchio a Riana: questi poveracci dovettero passare a piedi Lama, Calabaia, Treppignana per giungere alla chiesa di Migliano dov’era il comando tedesco. Il capo dei tedeschi dette un lasciapassare per il ritorno al mio babbo che era il più anziano di tutti e gli disse di passare in mezzo alla strada che avrebbero rifatto, che era minato da tutte le parti. Quando gli uomini sono tornati, noi avevamo pianto giorno, notte e il giorno di poi e quando li abbiamo rivisti non si può immaginare la gioia. Durante tutto questo a Sommocolonia erano rimasti solo tre vecchietti che avevano un fondo pieno di botti di vino sotto la chiesa. Rimasero lì tutto il tempo pensando che avesse tirato un “vento puttano” che aveva sgangherato porte e finestre. Quando i paesani andarono a prenderli per portarli via ci volle tutta. Ma così Sommocolonia rimase deserta e distrutta.

Renata Rossi, classe 1922, all’epoca abitante in Via Traversa a Fornaci

I militari nazi-fascisti facevano parte di un esercito di occupazione e come tale si comportavano. Ricordo un solo episodio che mi procurò parecchia paura (a parte i bombardamenti anglo-americani). Un giorno cominciarono a sbraitare in giro che, se entro una certa ora, non fosse stata riconsegnata una bicicletta che era sparita, avrebbero fatto una sorta di rappresaglia… Fortuna volle che la bici riapparve. Era stata presa da un militare tedesco per fare non so cosa… Per noi però, fino al suo rinvenimento, la paura fu tanta.

Ci avevano portati alla fame. Eravamo quasi senza mangiare. Quando arrivarono gli Americani per noi fu una manna. Ricordo che si andava nelle loro cucine con un pentolino e mai siamo tornati indietro a mani vuote. Qualcosa si rimediava sempre. In cambio di cibo spesso si lavava il loro abbigliamento: lana di qualità, mica come i nostri poveri abiti!

La notte di Natale avevamo fatto la farinata. Oddio, chiamarla così è un parolone! Era poco più che la farina impastata e cotta. Mancava di quasi tutti gli ingredienti migliori, quelli che gli davano sostanza e soprattutto sapore. Comunque ricordo che scappammo a Borgo a Mozzano e ce la portammo dietro dentro un piatto coperto da un altro infagottata con una specie di tovagliolo… quando riuscimmo a mangiarla ci sembrò comunque buona ed è tutto dire. Fummo accolti in una casa insieme ad un’altra famiglia. Si dormiva sulla paglia insieme a pidocchi e pulci! Qualche volta si andava a prendere qualcosa da mangiare dagli Americani altre dai frati. Loro facevano una minestra con piselli secchi… Restammo giù qualche mese anche perché dai posti di blocco americani non facevano passare facilmente. Rientrammo a Fornaci poche settimane prima che finisse la guerra. Papà era però riuscito a raggiungere Fornaci prima che si rientrasse tutti. Egli scoprì che porte e finestre erano state rimosse e che alcuni paesani, di certo italiani, ci avevano portato via tutto…

Vicino al pozzo nei pressi della casa del Lenci, una bomba uccise alcune persone. I morti furono Ofelia di una ventina d’anni e il fratellino più piccolo, che erano insieme alla loro mamma (famiglia Silvani).

Renata Rossi

Da pochi giorni si era entrati nella seconda metà del mese di dicembre ’44 (esattamente settant’anni or sono), ed i consueti cannoneggiamenti, in partenza ed in arrivo, erano al minimo. Dalla casa dove abitavo con i miei genitori, posta all’inizio del piano di Filecchio, sull’altura prospiciente il ponte della Loppora, si notavano gli aerei anglo-americani che, svolazzando in Garfagnana, colpivano le postazioni italo tedesche sulla linea Gotica. Nella stessa notte aerei tedeschi spezzonarono la nostra zona, lanciando anche manifestini di propaganda; indi l’attività delle artiglierie dell’Asse si fece più intensa, aumentando ogni giorno. Si giunse così a Natale, ed io mi recai alla Santa Messa nel vicino paese di Piano di Coreglia. La chiesa era gremita ma noi presenti eravamo tristi e preoccupati. All’omelia il parroco ci esortò a perseverare nella preghiera, e concluse: “…Come dopo una terribile tempesta ritorna poi a splendere il sole, così pure  dopo il buio di questo periodo di guerra, pure a noi tornerà a risplendere il sole, quello della Pace!”. L’indomani le artiglierie dei due schieramenti opposti cominciarono a sparare all’impazzata, gli uni contro gli altri: tutto il territorio era sotto una pioggia di granate! Qualcuno, da Fornaci, ci portò la brutta notizia: “Sembra che le forze dell’Asse abbiano iniziato una grande offensiva: si combatte su tutta la linea del fronte e gli Alleati cercano di impedire agli avversari di avanzare”. La notizia ci fece rabbrividire, ma avevamo fiducia che i soldati afroamericani della divisione “Buffalo”, della quinta armata statunitense, ben equipaggiati e armatissimi, che presidiavano il nostro territorio, avrebbero “tenuto” l’urto degli assalitori. Poi, durante la giornata, dall’alto del colle, presso la casa, si seguiva lo svolgersi della battaglia: sul lato destro del Serchio, dove operavano gli alpini della divisione “Monterosa”, della Repubblica Sociale Italiana, i combattimenti si spostavano in basso, verso Gallicano. E detto movimento del fronte si notava sia dalle vampate e dagli scoppi delle armi pesanti, sia dal crepitìo delle mitraglie. Stessa situazione nel territorio barghigiano, alla sinistra del fiume, dove i tedeschi, con ingenti forze, scesi dal “Lama”, stavano attaccando il caposaldo di Sommocolonia, punto strategicamente importante per la difesa di Barga, Il cruento, sanguinoso scontro, si protrasse fino al pomeriggio (ed è passato alla storia come “La battaglia di Sommocolonia”); ma infine i germanici ebbero il sopravvento e raggiunsero Barga. Al calar della sera udimmo un forte movimento di mezzi, giù nella strada principale, nel tratto alla periferia sud di Fornaci: transitavano in ritirata carri armati, artiglierie, autocarri di ogni tipo, triste segno che la “Buffalo”era stata sconfitta; e tra questi militari c’erano anche gruppi di civili. Che fare? Ci consultammo fra noi tutti abitanti della casa, sette persone, e decidemmo di non tentare subito la fuga, ché essendo buio era troppo pericoloso, ma al primo chiarore del giorno dopo. Più tardi cominciò un violentissimo cannoneggiamento alleato, da posizioni arretrate, verso le posizioni perdute: vaste zone a nord di Barga e Gallicano erano in fiamme; le esplosioni, ininterrotte, illuminavano con i loro bagliori tutto il fronte di battaglia, mentre in alto, sopra di noi, sibilavano i proiettili che, a grappoli, solcavano il cielo. Febbrilmente preparammo ciò che si poteva portare via, in borse, zaini, tracolle:  tutto approntato alla meglio. Quand’ecco che una tremenda esplosione fece sobbalzare la casa: un proiettile tedesco aveva colpito la facciata nord della casa, provocando un grosso squarcio circolare nel muro, ad una stanza dove  non si trovava nessuno. Tutti noi cademmo per terra: spaventatissimi, sì; ma fortunatamente incolumi. Alle prime luci dell’alba cessò il cannoneggiamento tedesco e ripresero i combattimenti: dagli spari delle armi leggere, che si avvicinavano, calcolammo che ormai i combattimenti potevano  già svolgersi a Filecchio, un chilometro e mezzo da noi. Raccogliemmo freneticamente la roba preparata , ce la caricammo addosso, istintivamente ci facemmo il segno della Croce e via, fuori! Per terra c’erano tantissimi frammenti del proiettile che aveva colpito la casa: ne raccolsi uno, riuscendo a conservarlo, l’ho tuttora. Poche decine di metri ed ecco che da un fossato uscirono alcuni militari di colore americani con le armi imbracciare, e noi gridammo loro: “Non sparate, siamo civili, siamo di qui!”.E quelli ci invitarono a procedere lestamente. Giunti che fummo alla strada di fondo valle, ci trovammo immersi in una impressionante fiumana di persone che procedeva verso sud: più che una fuga era un esodo! C’erano uomini, donne, bambini, vecchi; e moltissimi soldati, tanti dei quali anche senza armi: erano componenti della divisione “Buffalo” (che noi chiamavamo “Bisonte”), in disordinata ritirata, praticamente una disfatta! Arrivati a Ponte all’Ania la nostra colonna si intersecava con un’altra che, proveniente dalla zona di Filecchio, discendeva al piano da Pedona. Le due  orde di disperati, vestiti in modo così infimo come da straccioni, si ingolfarono per attraversare il torrente Ania, sul ponte militare, quasi a pelo d’acqua: molti per fare prima passavano a guado da un sasso all’altro e qualcuno cadde in acqua, mentre l’eccessivo affollamento causava la compressione delle persone fra loro. Come non bastasse, c’era la paura di venire colpiti da cannonate: sarebbe stata una strage! Ma nessun proiettile colpì le strade stracolme di fuggiaschi. Di là dal torrente Ania si intraprese la salita che ci portò a Piano di Coreglia e lì, presso la vecchia ‘dogana’, inaspettatamente trovammo soldati indiani, appartenenti ad una divisione dell’ottava armata britannica, che si stavano attestando: chi teneva l’elmetto, chi il turbante; ed erano motorizzati, anche con mezzi cingolati, e già scavavano piazzole per cannoni e piazzavano mitraglie. Detti militari indiani, che erano comandati da ufficiali inglesi, erano calmi, sicuri, e ciò ci dette fiducia che l’avanzata dell’Asse si sarebbe arrestata. (Ed infatti fu proprio così: i tedeschi occuparono tutto il territorio del barghigiano, mentre i soldati italiani di Salò si fermarono a Gallicano). Un aereo tedesco sorvolò a bassa quota la colonna dei fuggiaschi, senza sparare e lanciando manifestini di propaganda. Quando si giunse a Calavorno, si transitò davanti ad una postazione cinematografica che riprendeva le scene dell’esodo. Era composta da militari inglesi e da civili: ricordo bene che quando mio padre alzò la scopa che aveva su una spalla con infilate nel manico alcune borse, l’operatore, sorridendo, ne seguì i brevi movimenti con la cinepresa (chissà, quel filmato forse sarà in qualche cineteca inglese: quanto sarebbe interessante poterlo vedere!). Intanto la colonna si stava assottigliando: chi si fermava in qualche luogo, chi prendeva un’altra direzione, e noi sette si proseguì verso Bagni di Lucca: quella infatti era la nostra mèta, perché due di noi (mamma e figlia), erano amiche di una coppia di coniugi, lì risiedenti, ai quali si sarebbe chiesto aiuto, ospitalità. Ed infatti i due bravi anziani ci ricevettero con generosità e ci ospitarono sistemandoci con materassi coperte ed altro nella soffitta del casamento dove abitavano, situato dirimpetto al Ponte a Serraglio, sulla Lima. Ci dettero cena e finalmente, stremati come eravamo, dormimmo profondamente fino al mattino seguente! Indi ci registrammo al Comune come sfollati, ed usufruimmo di un certo aiuto, in buoni pasto. E cominciarono a trascorrere i giorni aspettando, con ansia, che gli Alleati riconquistassero Barga onde tornare a casa nostra, cosa che avvenne circa una settimana dopo, sia pure con preoccupanti interrogativi ed incognite…

Mario Camaiani

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